martedì 4 marzo 2014

Vocaboli dialettali curiosi

caccì - ficcanaso. Femminile: caccina. Esiste anche la forma cacció, di identico significato.

cuppiarolo - fratello gemello. Termine rurale.

primaréccio - precoce, che nasce presto. Usato soprattutto per piante, frutti e ortaggi. L'aggettivo di senso opposto è "tardiòlo", cioè "tardivo".

proìbbido - abietto, spregevole, criminale. Questo aggettivo dialettale trae origine del verbo latino prohibēre, "tenere lontano"; letteralmente, quindi, caratterizza un individuo che viene respinto dagli altri (per poca affidabilità, cattive abitudini, etc). Da notare la pronuncia con l'accento sulla terzultima, esattamente come nel participio latino prohìbĭtus. Cfr. il sonetto di Carlo Grillantini intitolato "A cena dal Signore": "Se purtava al patìbbulo un birbante, / sgrassatore proìbbito e assassino; (...)".

rigulizzia - liquirizia. Cfr. francese réglisse, spagnolo regaliz.

sangózzo - singhiozzo. Termine rurale. Cfr. francese sanglot.

scubizzotto - sberla assestata sulla cima (o sul dietro) della testa. La parola è formata per analogia con "cazzotto" a partire dal sostantivo dialettale "cubizza", che indica la cima (o la base) della testa. Il prefisso s- è da ritenersi intensivo, come nell'italiano s-culacciare. "Cubizza" deriva dal latino volgare "capitia" (a sua volta discendente da caput, "testa, capo"), che ha dato origine anche allo spagnolo "cabeza".

sterlacca - allodola (Alauda arvensis). Potrebbe essere connessa con la parola inglese skylark, di identico significato. Il Century Dictionary and Cyclopedia riporta anche la forma alternativa sky-laverock.

sabato 29 giugno 2013

La canzone di messer Osmano


Nel capitolo I, XI del De vulgari eloquentia (1303-1305), Dante Alighieri, dopo aver bollato la parlata dei romani come il più indegno (turpissimum) fra i volgari della penisola, sceglie di citare una canzone a contrasto per offrire un saggio della lingua in uso a Roma, a Spoleto e nella Marca Anconitana. Il componimento, di cui è riportato soltanto l’incipit (Una fermana scopai da Cascioli, / cita cita se ‘n gìa ‘n grande aina), viene giudicato perfetto nella struttura metrica (recte atque perfecte ligatam) ed è classificato come una delle numerose canzoni che all’epoca si scrivevano “in improperium” delle genti spoletine e marchiane, con l’intento, cioè, di parodiarne la parlata in modo tutt’altro che bonario. Dante ne attribuisce la composizione a un non meglio identificato Castra, poeta fiorentino di cui ancora oggi si hanno davvero scarsissime notizie.
Un manoscritto della fine del Duecento, però, sembra contraddire gli estremi che l’autore della Commedia ci fornisce: si tratta del codice Vaticano Latino 3793, una silloge che contiene i più antichi testi poetici della letteratura italiana a noi pervenuti. Il documento, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana, raccoglie per intero la canzone, riportando la dicitura “messer Osmano” proprio là dove gli altri componimenti mostrano il nome del proprio autore; di Castra il fiorentino, nel codice, non v’è traccia. Come si può spiegare, dunque, questa divergenza nell'attribuzione?
Da più di cent’anni a questa parte, gli studi in merito alla canzone non hanno mancato di suscitare pareri discordanti tra i critici e i filologi che si sono cimentati nella qualificazione e interpretazione del testo, il quale, per quanto semplificato e toscanizzato dal copista che stilò il codice, risulta comunque scritto in un idioma marchigiano dugentesco, antenato dei nostri dialetti. C’è chi, come Crocioni (1922), ha negato l’attendibilità del ragguaglio dantesco preferendo affidarsi al codice Vaticano, mentre altri hanno sostenuto che messer Osmano fosse uno dei due dialoganti fittizi del contrasto (De Bartholomaeis 1956); altri ancora hanno ipotizzato che Castra e Osmano fossero la stessa persona (Caix 1875), ma la questione è di là da risolversi.
Non v’è alcun dubbio, tuttavia, che la lingua e l’ambiente in cui fu composta la canzone siano verosimilmente marchigiani, più che spoletini o romani: si parla infatti di una fermana, del fiume Chienti (lo Clenchi, v. 35) e, soprattutto, la didascalia “messer Osmano” – che essa indichi un personaggio immaginario o un poeta reale – sembra proprio alludere a un nostro concittadino di qualche secolo fa, ovvero, come diremmo oggi, a un “signore osimano”. Tra le interpretazioni che hanno tenuto conto del contesto linguistico e morfologico marchigiano è senz’altro degna di nota quella di Baldoncini (1983).
Prima di passare brevemente in rassegna alcuni vocaboli della canzone, però, spendiamo qualche parola sul contenuto. Il testo, composto esattamente da 50 versi, è una rivisitazione del genere provenzale della pastorella: un contadinotto marchigiano, imbattutosi in una serva (fantilla) che sta portando da mangiare agli altri braccianti, riesce, dopo un breve battibecco, a piegarla di fronte alle sue avances (un po’ come succede in un altro famoso contrasto giullaresco del Duecento, Rosa fresca aulentissima di Cielo d’Alcamo).
I critici che hanno curato le edizioni moderne della canzone sono concordi nel sostituire, sulla base del Vat. Lat. 3793, lo “scopai” di Dante con “iscoppai”. Camilli (1915) e Baldoncini lo hanno tradotto con istruii, ammaestrai, facendolo risalire a un latino ex-cuppare che propriamente significherebbe toglier via la scorza, dirozzare; in effetti, nell’odierno osimano rurale si riscontrano il verbo scurpulà/scuppulà, usato in merito alla sgusciatura dei frutti e, soprattutto, l’aggettivo scupparéccio, presente nel glossario di Grillantini (1966), che qualifica un frutto il cui nocciolo è facile a separarsi dalla polpa (ad esempio, una pesca o un’albicocca; si noti il suffisso –éccio, che indica propensione anche in scurdareccio, magnareccio, etc.). In ambito osimano, annotiamo anche i verbi scurpellà, che Morroni (2008) traduce con lacerare, e scuzzonà (Mengarelli 2005) che, per quanto leggermente diverso nella forma, vale istruire, addestrare. Il protagonista delle canzone avrebbe, insomma, “iniziato” la sua interlocutrice all’arte dell’amore.
La fermana si sta recando dai suoi compagni portando loro, tra le altre cose, “un truffo di vin misticato” (v. 15). A parte l’ancora attuale misticato, che rima con un “me l’ài comannato” dove si nota una altrettanto corrente assimilazione progressiva nd > nn, va sottolineato il vocabolo truffo, che Baldoncini rende con fiasca di terracotta, riportando anche le varianti marchigiane trufu, trufellu, senz’altro di area maceratese. Per quanto riguarda Osimo, Grillantini nel suo glossario dà la stessa traduzione al vocabolo vernacolare truffa, mentre con truffello si usa indicare il calamaro (Morroni 2008), forse perché – ma questa è una nostra congettura – la forma del mollusco sembrerebbe richiamare quella del vaso.
Fra i vari doni che il nostro campagnolo promette di offrire alla serva in cambio della sua desistenza, ci sono “paneri (panari per Contini) di profici / e morici” (vv. 32-33), cioè “canestri di fichi e more”. I morici sono proprio quelle murèghe che un tempo abbondavano sui rovi, ai bordi delle nostre vie di campagna. Poco più avanti si legge la protasi “se quisso no’ rdici” (v. 34), in cui il verbo è, come nel dialetto di oggi, soggetto a metatesi iniziale (ridici > ardici) e aferesi (‘rdici).         
Le rispondenze fra il lessico della canzone e il vernacolo attuale sono quindi numerose, ma certo non sufficienti a ricostruire un glossario dell’osimano dugentesco o ad attestare che il componimento sia stato scritto ad Osimo, dacché le discendenze di quei vocaboli sono diffuse un po’ in ogni zona del Piceno. Tuttavia, troviamo pur sempre affascinante la possibilità, ancorché remota, che uno tra i primi testi della letteratura italiana sia scaturito dall’ironia giocosa di un messere osimano di ottocento anni fa.

(pubblicato da La Meridiana)


         
Due tipi di “truffa” (immagine presa da “Saggi e studi…”, Grillantini 1966)

mercoledì 21 settembre 2011

Di nuovo su osimano e lingua latina

Come s'è già ricordato, i dialetti italiani sono frutto dell'evoluzione del latino, al quale nel tempo si sono sovrapposti linguaggi di origine differente. La lingua italiana stessa deriva dal volgare fiorentino, innalzato al rango di idioma nazionale per i meriti letterari di autori come Dante, Petrarca e Boccaccio.
Nella loro parallela evoluzione, i vernacoli italiani si sono spesso influenzati reciprocamente. Nel quadro dei dialetti centro-meridionali, dai quali viene distinta per convenzione la sfera dei dialetti settentrionali (gallo-italici), il toscano appare come un gruppo molto particolare. Infatti, le parlate di Toscana sono per certi versi più conservative rispetto al latino, e per altri si discostano di più. Un elemento di distacco dalla lingua di Virgilio è senza dubbio l'assenza della distinzione fra -o e -u latine, passata poi nell'italiano.
Il latino presentava parole terminanti in -o (es. quando, homo, facio, manduco) e in -u (es. dictus, paucus, filius; all'accusativo dictum, paucum, filium). Questo sistema si è venuto semplificando col tempo, cosicché nel fiorentino (e quindi in italiano) abbiamo quando-uomo-faccio-mangio, ma anche detto-poco-figlio, con la -u dell'accusativo aperta in -ö.
Tuttavia, questa convergenza in -o non è avvenuta nel resto del centro-Italia, tant'è vero che in città come la vicina Macerata (ma anche già a Filottrano) si sente dire quanno-omo-faccio-magno, ma dittu-pocu-fiju, con la mancata apertura di -u.
Non bisogna trascurare, però, l'influenza che il toscano sta esercitando da qualche secolo sulle parlate limitrofe. Infatti, il romanesco, il perugino e la zona anconitana risentono molto dell'influsso fiorentino. Questi tre gruppi dialettali, perciò, costituiscono una fascia di passaggio fra toscano e gruppo centrale puro, detta perimediana (dal greco perì = intorno; cfr. M. Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani). A Roma come in buona parte dell'Umbria, la terminazione -u è sconosciuta: nella capitale si dice fijo (o fio), a Perugia 'sabato' suona sab'to.
Nella zona anconitana (intesa come quel gruppo di dialetti compresi fra Ancona e Fabriano), invece, il destino delle -u e delle -o latine è molto particolare. Senza dubbio, per via dell'influsso toscano, vi si applica l'indistinzione. In alcune città, però, l'esito è alquanto curioso, perché le -o e le -u del latino convergono sì in -o, ma tale -o rimane piuttosto cupa, cadendo spesso in una -u.
Per questo troviamo (per esempio a Castelfidardo, ma anche ad Osimo) termini come quanno/quannu e pogo/pogu, che invece suonerebbero soltanto quanno e pocu a Macerata, e unicamente quanno e poco a Roma.
Pertanto, le -u anconitane sono nettamente diverse, per origine, dalle -u maceratesi: infatti, le prime sono un ricadere di tutte le -o toscane in -u, mentre le seconde sono dirette discendenti delle -u latine, impossibili da confondere o scambiare con le -o. Per fare un esempio, un maceratese non dirà mai magnu per 'mangio', cosa che invece capita agli anconitani.
Occorre comunque fare un paio di precisazioni:
1. La -o che ricade in -u è un fenomeno limitato al dialetto anconitano propriamente detto, quindi, se già si attenua ad Osimo e Loreto, scompare del tutto a Jesi e a Fabriano. Perciò la parola 'quando', mentre ad Osimo oscilla fra quannu e quanno, a Jesi suona soltanto quanno, come nel romanesco.
2. Nel dialetto maceratese, in realtà, la terminazione latina -u può passare ad -o se si tratta di un aggettivo usato come nome. Per esempio, l'accusativo latino paucum dà origine a pócu se si tratta di un aggettivo (es. 'lu témbu è pócu', il tempo è poco), e a pòco se è usato come sostantivo (es. 'lo pòco che mm'ha ditto', il poco che mi ha detto). Inoltre, la differente apertura della vocale o è dovuta a un fenomeno chiamato metafonesi, che in presenza di -u/-i alla fine delle parole provoca la chiusura delle gravi in acute, e delle acute nella scura corrispondente (es. il toro: lu tóru, i denti: li déndi, il borgo: lu vurgu, i capretti: li capritti).

Per concludere con una curiosità indipendente da quanto detto finora, si veda il termine osimano ghiòmo (o jomo) che significa 'gomitolo': esso deriva direttamente dal latino glomus, mentre la forma italiana ci giunge tramite varie trasformazioni del diminutivo glomulus. Per passare dal latino all'osimano, basta effettuare la diffusa trasformazione da 'l' a 'i' (glomus > ghiomo), comune a molte altre parole (anche in italiano: gluttum > ghiotto, flamma > fiamma, clarus > chiaro, ecc). La variante jomo si ottiene in seguito, per via del frequente passaggio tipicamente marchigiano di ghi- in j- (es. ghiotto, ghianda > jotto, janna, ecc).

martedì 16 agosto 2011

La pertigara e 'l pertigaro

In dialetto osimano, i vocaboli pertigara e pertigaro indicano l'aratro, ossia quello strumento agricolo indispensabile per l'aratura dei campi; 'arare un campo' in vernacolo si dice fà (o róppe) el sodo. Ecco uno schema che rappresenta le varie parti dell'aratro, seguito dai rispettivi nomi in dialetto e in lingua.

1. La récchia (versoio) - serve a rovesciare lateralmente la zolla;
2.
La gumièra (vomere) - taglia la zolla in profondità;
3.
Lu scarpello (scalpello) - coadiuva il vomere;
4.
El cóltro (coltello) - taglia verticalmente la zolla.

Nel nostro dialetto, l'aratro assume i suddetti nomi in base alla grandezza e al materiale da cui è ricavato:
- la pertigara (anche detta pertegara) è un tipo di aratro medio-grande, con vomere, versoio e coltello sorretti da una struttura in legno: tale struttura si compone di un manubrio, governato dal contadino che effettuava l'aratura, e di un telaio, al quale venivano aggiogate una o più coppie di buoi (i bô) o di mucche (le âcche);
- el pertigaro (anche detto pertegaro o cultrina, al femminile) è un tipo di aratro più piccolo, fatto interamente di ferro o di acciaio, che oggi si trova spesso agganciato ai trattori in versione polivomere, cioè con più gumiere disposte sulla stessa fila; altre varianti diffuse sono il ripuntatore (lu ripuntadore), che prevede anche un coltello posteriore, e l'aratro reversibile (el voltarecchie), composto da due aratri ribaltabili, simmetrici l'uno all'altro.
- el pertigaró (termine meno diffuso) è, invece, una pertigara di grandi dimensioni.













Sopra, una vecchia cultrina con ruote;
sotto, un
voltarecchie a tre vomeri.
Aratura eseguita con la pertigara (dalla Storia di Osimo di Carlo Grillantini).

sabato 18 giugno 2011

I verbi regolari della terza coniugazione

In italiano, gli infiniti della terza coniugazione escono in -ire. In dialetto osimano, per via del ben conosciuto troncamento, -re cade e resta -ì (sentì, finì...). Tanto le forme italiane quanto quelle dialettali provengono dalla quarta coniugazione latina, dove la caratteristica preminente era l'uscita -io della prima persona singolare (audio, sentio, finio...). L'osimano, a modo suo, mantiene talvolta questa desinenza -io, che s'innesta sull'uscita italiana: di conseguenza, abbiamo in latino finio, in italiano finisco, in dialetto fenìscio; e questa desinenza -scio si estende a tutte le voci verbali che terminano col gruppo -sco (conosco >; cunoscio). Su quest'ultimo esempio, è simpatico ricordare i versi di Jacopo da Lentini, maestro della Scuola Siciliana ("...e certo bene ancoscio, - c'a pena mi conoscio, - tanto bella mi pare", da Meravigliosamente).
Solitamente, in dialetto osimano non viene mantenuto il gruppo -sc- per tutta la coniugazione. Al contrario, in alcuni dialetti del gruppo umbro-maceratese, tali consonanti si ripetono in tutte le voci, con un esito curioso: a Filottrano, 'spedire' fa spidiscio - spidisci - spidisce - spidiscémmo - spidiscéte - spidisce (da L. Gasparetti, Quanno a Filottrà anco' c'era u camì déa filandra).

VERBO FENI' (finire)
INFINITO PRESENTE
fenì (arcaico fernì, riportato da Grillantini)
INFINITO PASSATO aé ffenido
PARTICIPIO PASSATO fenido
PRESENTE INDICATIVO
io feniscio - te fenisci - lù fenisce
nualtri fenimo - vualtri fenide - lora fenìscene (fenisce)

IMPERFETTO INDICATIVO
io finîo - te finîi - lù finîa
nualtri finimie (finimmi) - vualtri finîi - lora finîene (finîa)

FUTURO INDICATIVO
io fenirò - te fenirai - lù fenirà
nualtri feniremo - vualtri fenirede - lora feniranne (fenirà)

PRESENTE CONDIZIONALE
io fenirìa - te fenirissi (fenirisci) - lù fenirìa
nualtri fenirissimo (fenirissimi) - vualtri fenirissi - lora fenirìene (fenirìa)

PRESENTE CONGIUNTIVO (poco usato)
io feniscia - te feniscia - lù feniscia
(nualtri fenimo) - (vualtri fenide) - lora fenisciane (feniscia)

IMPERFETTO CONGIUNTIVO
io fenisse - te fenissi - lù fenisse
nualtri fenissimi - vualtri fenissi - lora fenìssene (fenisse)

IMPERATIVO
fenisce! - fenimo! - fenide!

VERBO SENTI' (sentire)
INFINITO PRESENTE
sentì, sènte, sintì
INFINITO PASSATO aé ssentido (ntéso)
PARTICIPIO PASSATO sentido (ntéso)
PRESENTE INDICATIVO
io sento - te senti - lù sente
nualtri sentimo - vualtri sentide - lora sèntene (sente)

IMPERFETTO INDICATIVO
io sentîo - te sentîi - lù sentîa
nualtri sentimie (sentimmi) - vualtri sentîi - lora sentîene (sentîa)

FUTURO INDICATIVO
io senterò - te senterai - lù senterà
nualtri senteremo - vualtri senterede - lora senteranne (senterà)

PRESENTE CONDIZIONALE
io senterìa - te senterissi (senterisci) - lù senterìa
nualtri senterissimo (senterissimi) - vualtri senterissi - lora senterìene (senterìa)

IMPERFETTO CONGIUNTIVO
io sentisse - te sentissi - lù sentisse
nualtri sentissimi - vualtri sentissi - lora sentissene (sentisse)

IMPERATIVO
sente! - sentimo! - sentide!

martedì 3 agosto 2010

Vago e viengo: andare e venire

Si sa che andare e venire sono un po' i verbi fondamentali, e personalmente io li ritengo addirittura più importanti di essere e avere, perché la vida e 'l monno sono in fin dei conti un continuo muoversi, spostarsi, tornare, nascere, scaturire... che sembra non aver fine. In dialetto osimano, questi due verbi sono ndà o ggì, e venì. La forma ggì ha origini molto antiche e si usa solo in campagna, anche se negli ultimi anni sta scomparendo anche da lì, purtroppo!

La forma ndà ci arriva sulla lingua dal verbo latino ambitare, forma intensiva di ambire, 'andare in giro'. Da questa voce latina derivano l'italiano andare e il francese aller. Invece la forma ggì arriva nelle nostre campagne dal ben più usato verbo latino ire, 'andare'. Da questa forma derivano lo spagnolo ir e i verbi italiani letterari ire e gire ("Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,/poresti arditamente/uscir del bosco e gir infra la gente", F. Petrarca, Canzoniere, 126). Anche il verbo venì perviene a noi dal latino, perché deriva dal verbo venio (inf. pres. venire). Come per ogni verbo dialettale, è abbastanza difficile indicare in modo soddisfacente e schematico la flessione secondo cui vengono coniugate queste forme... comunque ci si prova!

VERBO NDA'
INFINITO PRESENTE
ndà (nnà)
INFINITO PASSATO esse ndado (nnado)
PARTICIPIO PASSATO ndado (nnado)
PRESENTE INDICATIVO
io vago - te vai (vî) - lù va
nualtri ndamo (nnamo) - vualtri ndade (nnade) - lora vanne (va)

IMPERFETTO INDICATIVO
io ndacéo - te ndacéi - lù ndacéa
nualtri ndacémie (ndacémmi) - vualtri ndacéi - lora ndacéene (ndacéa)

FUTURO INDICATIVO
io ndarò - te ndarai (ndarî) - lù ndarà
nualtri ndarémo - vualtri ndaréde - lora ndaranne (ndarà)

PRESENTE CONDIZIONALE
io ndarìa - te ndarissi (ndarisci) - lù ndarìa
nualtri ndarissimo (ndarissimi) - vualtri ndarissi - lora ndarìene (ndarìa)

PRESENTE CONGIUNTIVO
io vaga - te vaga - lù vaga
(nualtri ndamo) - (vualtri ndade) - lora vàghene (vaga)

IMPERFETTO CONGIUNTIVO
io ndacésse - te ndacéssi - lù ndacésse
nualtri ndacéssimi - vualtri ndacéssi - lora ndacéssene (ndacesse)

IMPERATIVO
va'! (vatte!) - ndamo! (nnamo!) - ndade! (nnade!)

VERBO GGI'
INFINITO PRESENTE
ggì (gì)
INFINITO PASSATO esse ggido
PARTICIPIO PASSATO ggido (gido)
PRESENTE INDICATIVO
(io vago) - (te vai) - (lù va)
nualtri ggimo - vualtri ggide - (lora vanne)

IMPERFETTO INDICATIVO I
io gîo - te gîi - lù gîa
nualtri gîmie (gimmi) - vualtri gîi - lora gîene (gîa)

IMPERFETTO INDICATIVO II
io gèro - te geri - lù gera
nualtri gèrimie (gèrimi) - vualtri geri - lora gèrene (gera)

FUTURO INDICATIVO
io girò - te girai - lù girà
nualtri girémo - vualtri giréde - lora giranne (girà)

PRESENTE CONDIZIONALE
io girìa - te girissi (girisci) - lù girìa
nualtri girissimo (girissimi) - vualtri girissi - lora girìene (giria)

IMPERFETTO CONGIUNTIVO
io gisse - te gissi - lù gisse
nualtri gìssimi - vualtri gissi - lora gìssene (gisse)

IMPERATIVO
(va'!) - giamo! (gimo!) - giade! (gide!)

VERBO VENI'
INFINITO PRESENTE
venì (vinì)
INFINITO PASSATO esse vvenudo
PARTICIPIO PASSATO venudo
PRESENTE INDICATIVO
io vièngo - te viènghi - lù viè (jè)
nualtri venimo - vualtri venide - lora viènene (viè)

IMPERFETTO INDICATIVO
io venîo (vinîo) - te venîi (vinîi) - lù venîa (vinîa)
nualtri venimie (venimmi) - vualtri venîi (vinîi) - lora venîene (venîa)

FUTURO INDICATIVO
io venirò (vinirò) - te venirai (vinirai) - lù venirà (vinirà)
nualtri veniremo - vualtri venirede (vinirede) - lora veniranne (venirà)

PRESENTE CONDIZIONALE
io veniria (viniria) - te venirissi (vinirissi) - lù veniria (viniria)
nualtri venirissimi - vualtri venirissi (vinirissi) - lora veniriene (veniria)

PRESENTE CONGIUNTIVO
io viènga - te viènga - lù viènga
(nualtri venimo) - (vualtri venide) - lora viènghene (viènga)

IMPERFETTO CONGIUNTIVO
io venisse (vinisse) - te venissi (vinissi) - lù venisse (vinisse)
nualtri vinissimi - vualtri venissi (vinissi) - lora venìssene (venisse)

IMPERATIVO
viè! (jè!) - venide!

domenica 11 luglio 2010

...Ce vole 'l cabbracco: i modi di dire

Una sollazzevole raccolta di modi di dire osimani! Molti di essi si possono ritrovare, simili o anche uguali, nei vernacoli delle città circostanti.

A discure sa tte è cume a ffa' a cure cui lepri - Si dice a qualcuno che vuole sempre avere la ragione dalla sua parte, anche quando è in torto.
A llù gnente j'è parente - Si dice di una persona meschina e inetta.
A me me lèa da bora e me mette da sole - Lo dice una persona quando le azioni di qualcuno non gli dànno problemi o la lasciano indifferente.
A me nu' me lèa e nu' me mette - Come sopra.
Ancora nun è notte a Cingoli - Si dice quando si è ancora in tempo perché avvenga qualcosa.

Calasse 'l grà! - Si dice quando qualcuno esagera minacciando un altro o parlando di qualcosa; il senso è questo: "Magari il prezzo del grano si riducesse tanto quanto tu dovrai ridimensionare le tue parole passando ai fatti!"
Ce dice cume i càuli a merenna - Si dice quando una cosa non è adatta al contesto.
C'ènne le fratte - Si dice quando, in presenza di bambini, si sta per entrare in discorsi poco adatti ai bardasci (per deviare la conversazione su altri argomenti).
Ce 'ole 'l cabbràcco - Si dice quando è difficilissimo trovare qualcosa o qualcuno.
Chì chi ss'alza prima a la madina, cumanna - Si dice quando tutti vogliono comandare.
Chì è alta la Pasqua! - Si dice arrivando in un posto dove sono tutti chiassosi, perché ubriachi.
Chì ggimo a le pezze sal buffo - Cioè: "Qui finiamo senza soldi e coi debiti".
Chi tte cure dièdro? - Si dice a chi fa le cose in fretta senza motivo di sbrigarsi.
Ciài da fa' più tte che chi more de notte - Si dice a chi è sempre impegnato o va di fretta.
Cià ll'occhi più grossi de la bocca - Si dice di chi prende di più di quanto può avere.
Cià 'na léngua che taja, cuge e fa i reccàmi - Si dice di persone che spettegolano troppo.
Ciò i pia jacci morti - "Ho i piedi molto freddi."
Cu' le bugìe ce mpasta ll'aria - Si dice di chi mente in modo palese (anche: ce se mpasta la bocca).
Cu' llù ce se fa bè - Si dice di una persona affabile e benevola (spesso di un negoziante).
Du' caga, lassa - Si dice di chi utilizza qualcosa e a lavoro finito non mette a posto.
È ggido a fa' la tera pel cégio - Si dice senza tanti preamboli di chi è morto.
È 'l mejo del mazzo - Si dice ironicamente quando si parla del peggiore elemento di un gruppo di persone in genere poco affidabili.
È ndado 'ia de zzocca - Si dice di chi è diventato matto all'improvviso.
È ndado in cima - Si dice di un ragazzino che è cresciuto in altezza.
È 'n pezzo che è llù - Si dice di chi ormai è avanti con gli anni.
È 'n tappo de cannó - Si dice di una persona piccola ma spesso arrogante e saputa.
È robba da colpi! - Cioè: "Roba da matti!"
Facéa a ccagnara a tajatèsta - Cioè: "Litigavano molto aspramente".
Î fatto la parte dell'obbligo tua - Si dice a chi vuole un compenso anche per avere fatto il suo dovere.
Io nu' lu toccarìa manco cu 'na canna gguzza - Si dice quando una persona fa ribrezzo.
Je c'è rmaso 'l telaro - Si dice di chi è dimagrito eccessivamente (spesso per una malattia).
Je manca calche vennardì - Si dice di chi non è completamente sano di mente.
Je porterìa l'acqua sa le recchie - Si dice quando qualcuno farebbe qualsiasi cosa per un altro.
Je tira 'l zacco - Si dice di chi è arrabbiato al posto del più triviale "je tira 'l culo".
Lu magnarìa ancó su la testa d'un tignoso - Si dice quando si va matti per un cibo.
Ma vatte in zacco! - Modo simpatico per mandare a quel paese.
Me fa figo le gambe - Si dice quando le gambe non reggono più per la stanchezza.
Me lu magno cui pagni addosso - Solitamente lo dice la madre parlando del figlio irrequieto.

Me pare la ciuétta/la scimmia sobra 'l mazzòlo - Si dice di chi si mostra fiero di essere arrivato al punto dove si trova.
Me pare l'annima in pia - Si dice di una persona magra e macilenta, che sembra un fantasma.
Me pare la santa casa de Luredo - Si dice di una stanza o di una casa malridotta o vecchia.
Me pare 'l matto de Spalazzo - Si dice di una persona che si comporta in modo stravagante.
Me pare 'l pisto p'i porchi - Si dice di un cibo non molto invitante.
M'è riado lu stommigo gió i calcagni - Si dice quando si ha una fame enorme.
Me sa fadìga - Cioè: "Mi dispiace molto."
Me sa mi' anni... - Significa "non vedo l'ora...": me sa mi' anni che viènga duménniga.
Me sgappa da 'n fianco - Si dice quando si ha notizia di un fatto inaspettato.
N'ha fatte più llia che Scucchia - Si dice di una donna che ha vissuto avventure eticamente poco ortodosse, o più semplicemente che ne ha fatte di tutti i colori.
Nu' je sa mai ora... - Significa "gli sembra sempre presto...": nu' je sa mai ora d'alzasse.
Nu' la portamo al trentuno - Si dice quando si è stanchi di una cosa che ha durato troppo.
Nu' mòe 'na paja - Si dice di chi non aiuta a fare niente (spesso nelle faccende domestiche).
Nun ce fa 'na fila de case - Cioè: "Non c'è una grande differenza."
Nun cià manco 'n soldo pe' ffa' cantà un cègo - Si dice di chi è perennemente al verde.
Nun ciò voja da discure - Si dice come ammonimento a chi cerca di attaccar briga.
Nun crede manco al pangotto - Si dice di qualcuno senza motivazioni, valori o fede in qualcosa.
Nun è pe' la campàda mia - Si dice di una cosa che avverrà in un futuro molto lontano.
Nun sa né de me né de te - Si dice quando un cibo è proprio insipido.
Nun tròi logo? - Si dice a chi è sempre agitato e non sta mai fermo (spesso ai bambini vivaci).
Pell'annime sante del Purgadòjo - Si dice quando si è fatta una fatica o una spesa per niente.
Quéssa 'rmanerà pe' Sant'Antò - Si dice di una donna destinata a rimanere zidèlla.
Quésso arbocca dréndo - Si dice di un bambino che invece di crescere diventa sempre più mammone.
Sta a la muda cume 'l zorcio - Si dice di chi sta sempre tappato dentro casa.
Te le lea da le mà - Si dice di chi sembra volerle prendere a tutti i costi.
Tira 'l fiado a muccigotti - Si dice di non ha neanche la forza di respirare perché ammalato.
Ti sî magnado pure la pigna de la ncolla - Si dice a chi si è mangiato tutto (anche nel senso dei soldi).
Va cerchenno i giorni che nun è pari - Si dice di chi fa cose rischiose senza aver bisogno di farle.
Viè ggió i caldari - Cioè: "Piove a catinelle."
Vòle tutto al paro de la bocca - Si dice di chi vuole essere sempre accontentato senza faticare.

domenica 21 marzo 2010

I verbi regolari della seconda coniugazione

In italiano come in osimano, il gruppo della seconda coniugazione è formato dai verbi di due coniugazioni latine (la 2a e la 3a) confluiti in un unico insieme: infatti queste forme, benché terminino tutte in -ere, si distinguono per il fatto che la -e- della desinenza può essere accentata o meno, poiché nella lingua latina i verbi della 2a coniugazione avevano la -e- dell'infinito tonica (es. habēre, pron. abère, 'avere'), mentre nell'infinito dei verbi della 3a l'accento cadeva prima della -e- della desinenza (es. ningĕre, pron. nìngere, 'nevicare').
Come in italiano, in osimano queste differenze di accentazione si sono mantenute, ma, dato che le due coniugazioni latine col tempo sono finite per avere le stesse desinenze, oggi si parla di un'unica coniugazione, la seconda appunto.
Nel nostro dialetto però, per quanto riguarda l'infinito, si verificano degli spostamenti di accento che non si ritrovano nella lingua italiana: per esempio, il verbo italiano vedére si dice sia con l'accento sulla desinenza (vedé) sia con l'accento ritratto (véde)*; stessa cosa succede al verbo sedére, che si rende sedé o séde, e ad altri. Per la maggior parte dei verbi, tuttavia, avviene il fenomeno contrario: in presenza di particelle enclitiche (me, te, ve, la, je, se, ecc) l'accento si sposta in avanti, provocando quindi anche il raddoppiamento della consonante della particella stessa (es. leggéllo 'lèggerlo', mettésse 'méttersi', spegnélla 'spìngerla'). In campagna, inoltre, questo fenomeno può avvenire anche in assenza di particelle: per esempio, può capitare di sentir dire "me c'ha vulzùdo mezz'ora pé metté dréndo le bestie".

VERBO ESEMPIO: métte (mettere; seminare)
INFINITO PRESENTE métt-e
INFINITO PASSATO aé mméso (mésto)
PARTICIPIO PASSATO més-o, mést-o
GERUNDIO PRESENTE mettènno (mettènne)
PRESENTE INDICATIVO
1 métt-o
2 métt-i
3 métt-e
1 mett-émo
2 mett-éde
3 métt-e, métt-ene
IMPERFETTO INDICATIVO
1 mett-éo
2 mett-éi
3 mett-éa
1 mett-émie, mett-émmi
2 mett-éi
3 mett-éa, mett-éene
PASS. PROSSIMO INDICATIVO
voci verbali di aé al pres. indic. + participio passato méso, mésto
FUTURO INDICATIVO **
1 metter-ò
2 metter-ài
3 metter-à
1 metter-émo
2 metter-éde
3 metter-à, metter-ànne
PRESENTE CONDIZIONALE
1 metter-ìa
2 metter-ìssi, metter-ìsci (qdis)
3 metter-ìa
1 metter-ìssimo, metter-ìscimo (qdis)
2 metter-ìssi, metter-ìsci (qdis)
3 metter-ìa, metter-ìene
IMPERFETTO CONGIUNTIVO
1 mett-ésse
2 mett-éssi
3 mett-ésse
1 mett-éssimi
2 mett-éssi
3 mett-ésse, mett-éssene
IMPERATIVO
2 métt-e!***, neg: nu' mmétte!
3 mett-émo!
2 mett-éde!

* Per il verbo vedere, in osimano esistono delle particolarità nella coniugazione dell'indicativo presente, limitatamente alle prime due persone singolari: infatti, in città si dice io védo, te védi, mentre nel dialetto rurale si dice io véggo, te végghi (da un antico tema vegg-). Inoltre c'è da ricordare che, di norma, la v intervocalica cade: "io ce 'édo bè", "nun ze 'éde gnè", ecc.
** Soprattutto in ambito rurale avviene un mutamento del gruppo -er- in -ar-, per cui si dice, per esempio, mettarài per metterai, vedarài per vedrai (da vederai), ecc.
*** Da notare che anche in latino l'imperativo della 2a persona singolare usciva in -e (es. lat. leg-e 'leggi!').

domenica 20 dicembre 2009

"La née anzi Natale"...

"La née anzi Nadale è la madre del grà", si diceva una volta in campagna, quando nevicava come è successo questa mattina nella nostra città. A dire il vero i primi fiocchi si erano già fatti vedere giovedì sera, ma con poco risultato. Invece stamane, benché ci fosse il sole (che tuttavia secondo un altro proverbio è "lo ruffià de la née"), alla fine "je l'à fatta a néngue", e su Osimo e dintorni sono scesi fiocchi bianchi in abbondanza per circa un'ora. La nevicata non è stata certamente grande come quella di gennaio 2005, comunque è bastata ad imbiancare il paesaggio ... e a rallentare il traffico per un po'.
Di recente prima di Natale la neve si era già fatta vedere nel 2007, ma tutto ciò non ha niente di eccezionale se si pensa alla neve che cadeva abitualmente tra novembre e dicembre fino a qualche decennio fa. Infatti, come raccontano i nonni, 'na olta, affianco ai campi, quanno ne facéa più de du' medri, mmèzzo a la née ce facéene la rotta (un varco), pé ppassàcce a ppiedi; ma si fossi èra perigulosi perché te camminài cume ntra du’ muri de née; e se ddaccìma te venìa addosso, c’è ccaso che tte mmazzàa.
Ecco un po' di foto raccolte oggi ad Osimo dopo la nevicata.


Il palazzo del comune e il famoso "pandoro" di Natale



"Daccàp'al Corso" Porta San Giacomo

Abside del "Dòmo"
"Dièdro San Filippo"

Un "cagnulétto" in Via Ventidia

martedì 7 luglio 2009

Fulgenzio ha detto a Galileo...

Fulgenzio, un giovane monaco cattolico, sta parlando con Galileo Galilei riguardo alle scoperte fatte dal fisico italiano a conferma della teoria copernicana:
... Permettéde che ve digo qualcheccò de me? Sò stado tirado su in campagna, fio de padre e mmadre cuntadini: perzone semplici, che sa gnicòsa de cume se mette e se fa cresce un piantó, ma pògo strutte de tutte l'altre ròbbe. Quanno guardo a le fase de Vènnere, ciò sempre a llóra daànti all'occhi. Me li véggo a sséde, ascème a ssòrema, ntéla pièdra del caminétto, mèntre màgnene qùl pògo magnà che ccià. Sópre a le teste c'ènne i trài del zuffìtto, nzuzzàdi de néro dal fume, e llóra su le mà, stracche fenìde da la fadìga, ce tiène un curtellì. Se sa che nun càmpene bè; ma nte la miseria che se li porta c'è na spègie de urdinamènto naduràle, c'è ncerte scadenze: el paìmento de lì 'n casa da rlaà, le stagió che vvària gió ll'òrto, le bullétte da pagà... Le disgràzzie je casca addòsso regolarmènte, ché ppare guasgi che séguene 'n calendario. La schina de babbo nun z'è ffiengàda tutta ntena bbotta, ma un po' pé vvolta 'gni anno che ppassàa, a fforza de fadigà ntell'orto: alluscì à fatto le graidànze, che, capidànno una dobu n'antra sempre a pperìodi cumpagni, ànne fatto duentà a mmì madre 'na perzona che nun è né mmàstio né fémmena. Da ndù ppìene la forza che je besògna pé ffà ssa vida de tribbulazzió che fanne? pé mmontà le còste de pièdre sa le céste pine cólme sobra la schina, pé fà i bardàsci, e addirittura pé mmagnà? La pìa dal sènzo de cuntinuidà, de nicissidà, che li fa penzà a l'àrbuli che tutti ll'anni rduènta 'èrdi, a ll'urticèllo e a la chiesétta, a la spiegazzió del Vangelo che scólta de duménniga. S'è ntési dì e rdì che ll'òcchio del Padretèrno è sopre de lóra, che je guarda cun attenzió e quagi cun anzia; che ntorno a llóra c'è stado custruìdo lu spettàgulo granno del mónno, pé fàjece fà na bòna pròa, facènno gnuno la parte pìccula o ggrànna che j'è stada datta ...
- tratto dal dramma Vita di Galileo di Bertolt Brecht -

sabato 13 giugno 2009

Aferesi, assimilazione; avverbi ccuscì/lluscì


AFERESI L'aferesi generalmente è un fenomeno fonetico che consiste nella caduta di una sillaba o di una vocale all'inizio di una parola. Per esempio, l'aferesi è avvenuta nel passaggio dalla parola latina instrumentum all'italiano strumento (per caduta di in-). Nel dialetto osimano l'aferesi di verifica nelle parole che iniziano per vocale seguita da consonante semplice o doppia: educato diventa ddugàdo, incastrare diventa ncastrà (o ncrastà), andare diventa ndà/nnà, ecc. Nelle Marche centrali l'aferesi è molto diffusa: si verifica nel maceratese più o meno come nell'osimano (allevare > lleà, aspettare > špettà) e nell'anconetano un po' di meno, per via della maggiore distensione della parlata (per esempio l'osimano lóra ènne ndadi suona ad Ancona lóro ène andati). Al di fuori del raggruppamento dialettale centro-marchigiano l'aferesi si nota moltissimo nel dialetto romanesco, però limitatamente alle parole inizianti per vocale seguita da m/n/gn (imparare > mparà, infilzare > nfirzà, ogni > gni).

ASSIMILAZIONE
Quando si parla di assimilazione in ambito dialettale ci si riferisce al passaggio di un gruppo consonantico ad un altro, spesso più semplice. Nel dialetto osimano si verifica l'assimilazione progressiva di ND in NN: quando diventa quanno, mandare diventa mannà, andare diventa nnà, ecc. Questa è un'assimilazione comunissima a quasi tutti i dialetti centrali e alto meridionali, presente nel maceratese (quando > quanno), a Roma (tondo > tonno), in Abruzzo, in Campania e in Puglia (quando > quannə); sconosciuta è invece per gli anconetani (rotondo > rutondu) e per i perugini, mentre è diffusa nel sud della provincia di Grosseto, in Toscana (tondo > tonnu).
Nell'Italia centrale e alto-meridionale è anche frequente l'assimilazione MB in MM, conosciuta per esempio a Roma (piombo > pjommo), nel maceratese (gamba > gamma), e in parte del grossetano (gambero > gàmmuru), ma sconosciuta nell'anconetano, nel perugino e nel nostro stesso osimano, sebbene Mons. Carlo Grillantini abbia attestato questo fenomeno nel vocativo Giammattì del nome proprio Giambattista. Quasi sicuramente perciò anche l'osimano un tempo era coinvolto in questo fenomeno, poi regresso.
Meno diffusa nel centro Italia è l'assimilazione LD in LL, valida solo per il vocabolo caldo e i suoi composti. Correntemente presente a Roma (caldo > callo) e nel maceratese (caldaia > callàra), questa assimilazione presenta nell'osimano solo la forma arcaica callu, oggi rimpiazzata dal ben più usato caldo.
Un fenomeno associato all'assimilazione è il passaggio di NG a GN, diffusissimo nel centro Italia e meno frequente nel meridione, che fa sì che da Roma ad Ancona, passando per Perugia, si dica magnà per mangiare, piàgne per piangere, ecc. L'osimano condivide ovviamente il fenomeno (ungere > ógne, tingere > tégne, ecc).

Un fenomeno parallelo all'assimilazione in tutto il centro-sud è la sonorizzazione delle consononati sorde dopo le nasali (NT > ND, MP > MB, NC > NG), che tuttavia esclude Roma, Perugia e l'anconetano. Esso si verifica nel maceratese e nel sud-est dell'Umbria (santo > sandu, campo > cambu, ancora > (a)ngora) e in quasi tutto il meridione. Oggi l'osimano è escluso dal fenomeno, ma, come per MB > MM, si pensa, per via di vocaboli arcaici e rurali come dréndo (da drénto), che anche la sonorizzazione abbia toccato Osimo ma sia poi regressa.
GLI AVVERBI ccuscì E lluscì
L'avverbio di modo italiano così in dialetto osimano si esprime in due modi: ccuscì, che significa così/in questo modo, e lluscì, che vuol dire così/in quel modo. Di queste due forme esistono anche le varianti accuscì e alluscì. Il dialetto osimano ha dunque una struttura bipartita per esprimere questo avverbio, mentre in una fascia che comprende Marche meridionali, Abruzzo, basso Lazio e alta Campania questa struttura è addirittura tripartita, poiché è impiegato anche l'avverbio ssuscì (= così/in codesto modo). L'origine delle tre forme ccuscì, lluscì e ssuscì è parallela più o meno a quella dei pronomi dimostrativi:
- lat. ECCUM SIC "in questo modo" > ccuscì /
ECCUM ISTUM > quistu (quéstu in osimano)
- lat. IPSUM SIC "in codesto modo" > ssuscì /
ECCUM IPSUM > quissu (quéssu in osim.)
- lat. ILLUM SIC "in quel modo" > lluscì /
ECCUM ILLUM > quillu (quéllu in osimano)

In dialetto osimano, sebbene la forma ssuscì non esista, è presente il pronome dimostrativo quéssu, ad essa corrispondente. In osimano ai pronomi quéstu, quéssu e quéllu corrispondono rispettivamente gli aggettivi stu, ssu e qùl/qùlu (cfr. Gli aggettivi dimostrativi).

martedì 24 marzo 2009

I verbi regolari della prima coniugazione

Anche in osimano, come in italiano, ci sono i verbi della prima cuniugazione, che corrispondono grossomodo ai verbi in -are del latino. Anche in italiano questi verbi finiscono in -are, mentre in quasi tutti i dialetti del centro e di gran parte del meridione subiscono l'apocope e resta solo la -a (mangiare > magnà). In osimano di verbi in -à ce ne sono molti e sono quasi la maggior parte, e alcuni di essi non sono perfettamente riconducibili ad una forma italiana: magnà infatti è riconducibile a mangiare (perché la radice è la stessa), mentre ad esempio strufficchià e strigulà vanno resi con altre forme, poiché in italiano nessun verbo ha la stessa radice.
NB1 Spesso nell'osimano avviene lo scurimento della o atona in u, quindi molti verbi che mostrano una o atona all'infinito (italiano) presentano poi nella coniugazione un'alternanza o/u, a seconda che questa resti atona o no (se atona diventa u, se tonica resta o). Quindi per es. : verbo purtà (it. portare) ha in dialetto : io pòrto, te pòrti, lù pòrta; ma poi : nó purtàmo, vó purtàde; e di nuovo : lóra pòrta/pòrtene.

VERBO ESEMPIO: FREGA' (rubare, ingannare)
INFINITO PRESENTE freg-à*
INFINITO PASSATO aé fregado
PARTICIPIO PASSATO freg-àdo
GERUNDIO PRESENTE fregh-ènno, freg-ànno
PRESENTE INDICATIVO
1 frég-o
2 frégh-i
3 frég-a
1 freg-àmo
2 freg-àde
3 frég-a, frégh-ene
IMPERFETTO INDICATIVO
1 freg-ào
2 freg-ài
3 freg-àa
1 freg-àmie, freg-àmmi
2 freg-ài
3 freg-àa, freg-àene
PASS. PROSSIMO INDICATIVO
voci verbali di aé al pres. indic. + participio passato fregàdo
FUTURO INDICATIVO **
1 fregar-ò
2 fregar-ài
3 fregar-à
1 fregar-émo
2 fregar-éde
3 fregar-à, fregar-ànne
PRESENTE CONDIZIONALE **
1 fregar-ìa
2 fregar-ìssi, fregar-ìsci (qdis)
3 fregar-ìa
1 fregar-ìssimo, fregar-ìscimo (qdis)
2 fregar-ìssi, fregar-ìsci (qdis)
3 fregar-ìa, fregar-ìene
IMPERFETTO CONGIUNTIVO
1 freg-àsse
2 freg-àssi
3 freg-àsse
1 freg-àssimi
2 freg-àssi
3 freg-àsse, freg-àssene
TRAPASSATO CONGIUNTIVO
1 ésse fregado
2 éssi fregado
3 ésse fregado
1 éssimi fregado
2 éssi fregado
3 ésse(ne) fregado
IMPERATIVO
2 frég-a !*** / nun freg-à !
3 fregàmo !***
2 freg-àde !

* Quando è unita a un infinito presente, una particella raddoppia sempre la consonante; es. fregàmme, fregàtte, fregàcce, fregàvve, fregàsse, fregàllo, ecc.
** Dal tema fregar- (e non freg- come in presente e imperfetto). Nell'italiano corrente il tema da cui si formano il futuro semplice e il condizionale presente ha sempre il mutamento vocalico in -er- (es. mang-er-ò, port-er-ànno, am-er-èi, mand-er-èbbe), tipico del Toscano; l'osimano come tanti dialetti ha invece conservato una forma più simile a quella del latino tardo e volgare: es. amare habeo > amar-ò, senza perdere il gruppo -ar- dell'infinito latino.
*** L'imperativo non negativo ha un esito particolare se unito alle particelle: esse non raddoppiano la consonante come nell'infinito, ma mutano l'ultima vocale in -e, e qualche volta in -i. Così portaci è reso pòrtece o pòrtice, sbrighiamoci è reso sbrigàmmece, ecc. Se l'imperativo è un monosillabo invece questo non succede (es. dammi > dàmme, fàllo > fàllu; ma si tratta tuttavia di verbi non regolari).

lunedì 9 febbraio 2009

Raccolta di proverbi

Un post che crescerà sempre di più ...

Le lezioni di vita
- Pòrcu sadóllo nun cunósce 'l disgiù > Chi possiede troppo non concepisce la miseria.
- I quadrì manna l'acqua pér l'inzù > Con i quattrini (soldi) si riesce a far di tutto; la tradizione vuole attribuire questa frase a S. Giacomo della Marca, che disse ai signori di Recanati "I quadrini fan ire l'acqua per lo insó".
- Chi ccià pòghi quadrì sempre li conta, chi ccià la moje bella sempre canta (o la guarda).
- I quadrì 'gna tenélli a ccónto quanno c'è, quanno nun c'è se tiene a ccónto da per lóra > Bisogna amministrare il patrimonio con parsimonia.
- Le cèrque nun à fatto mai le melarànce > Tale padre, tale figlio.
- Ndo nun passa 'l fréddo, nun passa manco 'l caldo.
- Chi ddòrme nun pècca, ma in paradiso nun bocca.
- Nun ze pò aé la botte piena e la moje mbriàga > Non si possono avere allo stesso tempo due cose opposte.
-L'agnèllo màgiulo poccia da du' pègore, quellu rùstigo manco da la madre > Chi è mite si abitua ad ogni cosa, chi invece non lo è non si accontenta di nulla.
- Dio pruéde ma nun caréggia > aiutati che Dio ti aiuta.
- Nun pòssi cagà sotta la née ché tanto viè scuperto.
- La casa niscónne ma nu' robba > quello che si perde in casa prima o poi si ritrova.
- In cumpagnìa à préso moje 'n frade > la compagnia rende le persone amichevoli.
- La gaìna che nun bécca ha già beccado.
- La robba dej aàri va ntele mà dei spregadori.
- Fa' del bè, scòrdede; fa' del male, penzice.
- I quadrì' e i buffi ènne cume i dulóri: chi ce l'ha se li tiè.
- Chi se loda se sbroda.
- Chi ccià 'l pà nun cià i denti - chi ccià i denti nun cià 'l pà.
- Fa 'l pà un puretto, se llama 'l forno.
- El porco, quanno è pieno, trabocca 'l trocco.
- Nun fa' del male, ché è peccado; nun fa' del bè, ché è spregado.
- Vale più 'n'oncia de tigna che 'n quintale de ragió.
- Le pigne scucciulade dura più de quelle 'ntiere.
- Prima da discore, fa' cume 'l gallo: sbatte ll'ale tre vvò.
- 'Na faccenna è parlà de morte, 'n'antra è murì.
- Quanno è tanti galli a cantà, nun se fa mai giorno.

Le vicende stagionali
- Nadale, un passo de majàle; Pasquèlla, un passo de vidèlla; Sant'Antò, un passo de bò > Il dì si allunga velocemente nel periodo fra Natale e il giorno di Sant'Antonio Abate, infatti il passo degli animali citati è progressivamente più lungo.
- Marzo 'entóso, aprìle temperàdo, beado a ccùl villà che à sumentado.
- La née marzòla dura quanto la sòcera e la nora > Cioè poco, perché è facile che una suocera ed una nuora cadano in discordia poco tempo dopo un matrimonio.
- Calènn'e Candelòra dell'inverno semo fòra, ma se ppiòe o ttira 'l vènto, dell'inverno semo dréndo > Il giorno di Candelora siamo fuori dall'inverno, ma se piove o tira vento, allora la stagione deve ancora terminare.
- Se 'l marzo fa l'aprile, l'aprile fa 'l marzo > se a marzo il clima è mite e non piove, è sicuro che le piogge e il freddo verranno in aprile.
- Quattro aprilanti, quaranta dì dduranti.
- Maggio urtulà, tanta paja, pògo grà.
- Se vòi che granìscia 'l grà, de giorno sciròcco e de notte curìna pian pià.
- Se vòi avécce un bono rapùjo, l'ài da sumentà de lujo.
- Pollastre gostinèlle, pollastre fedarèlle.
- Settembre, l'ua è ffatta, i fighi pènne.
- San Grespì (25/10), la née ntra i spì.
- Quanno 'l monte métte 'l cappello, vénne la capra e compra 'l mantello, quanno el monte sbraga, vénne 'l mantello e compra la capra.
- A San Tomasso (21/12), 'mmazza 'l porco si ammò è grasso; si grasso nun è, làsselo pure pell'anno che viè.
- Sant'Antò da la barba bianca, o la née o la malta.
- Carnuà in pulverella, Pasqua in pantanella.
- San Benedetto (21/03), tutte le róndule sotta 'l tetto.
- Aprile, ogni goccia 'n barile.

- Se piòe 'l giorno de Santa Croce (03/05), nun ze rcoje più 'na noce.
- Giugno, la falce in pugno.
- D'istade guarda 'l fonte, d'inverno guarda 'l monte > per sapere che tempo farà, d'estate guarda verso il mare, d'inverno verso i monti.
- La prima acqua d'agosto rinfresca 'l bosco.
- Settembre, la notte e 'l dì contende.
- San Simó (28/10), tutte le mosche casca gió.
- Quanno pioe o ttira vènto, sèra l'uscio e stacce drénto.
- Beffana e Beffania tutte le feste se porta 'ia.
- Febbraro è curtuccio, ma sci se stizza è 'l peggio de tutti.

domenica 25 gennaio 2009

I verbi servili dué, vulé, pudé

Andiamo avanti con le coniugazioni dei verbi servili dué (dovere), vulé (volere) e pudé (potere). Essi sono verbi che solitamente reggono l'infinito (vulémo magnà, pudéde ndà vvia, déo fà da pranzo); talvolta il verbo dué è costruito con da + infinito (cò déi da dì?) oppure è sostituito da écce/avé + da + infinito (ciémo da fadigà, ò da dì na cosa). Il verbo vulé è anche usato, come in italiano, con il complemento oggetto come verbo forte (vuléde lu rigàlo?), oppure seguito dall'oggettiva con il che (zzia vòle che famo i brài). Il verbo pudé ha qualche voce della coniugazione che segue tema pol- (pulé), oltre che quella dal tema in dentale (d, t).

VERBO DUÉ (dovere)
INFINITO PRESENTE dué
PARTICIPIO PASSATO duùdo
PRESENTE INDICATIVO
1 déo
2 déi
3 dée
1 duémo*
2 duéde
3 dée, déene
*lat. debémus
IMPERFETTO INDICATIVO
1 duéo
2 duéi
3 duéa
1 duémie, duémmi
2 duéi
3 duéa, duéene
PRESENTE CONDIZIONALE
1 du(ve)rìa
2 du(ve)rìssi, du(ve)rìsci (qdis)
3 du(ve)rìa
1 du(ve)rìssimo, du(ve)rìscimo (qdis)
2 du(ve)rìssi, du(ve)rìsci (qdis)
3 du(ve)rìa, du(ve)rìene
IMPERATIVO
2 /
2 /

VERBO VULÉ (volere)
INFINITO PRESENTE vulé, volé
PARTICIPIO PASSATO vulùdo, vulzùdo
PRESENTE INDICATIVO
1 vòjo
2 vòi, vòji
3 vòle, vò
1 vulémo*
2 vuléde
3 vòle, vò, vòlene**
*lat. vòlumus
**lat. vòlunt
IMPERFETTO INDICATIVO
1 vuléo
2 vuléi
3 vuléa
1 vulémie, vulémmi
2 vuléi
3 vuléa, vuléene
PRESENTE CONDIZIONALE
1 vurìa, vulerìa
2 vu(le)rìssi, vu(le)rìsci (qdis)
3 vurìa, vulerìa
1 vu(le)rìssimo, vu(le)rìscimo (qdis)
2 vu(le)rìssi, vu(le)rìsci (qdis)
3 vurìa, vulerìa, vu(le)rìene
IMPERATIVO
2 (ci)ài da vulé, déi (da) vulé
2 (ci)éde da vulé, duéde (da) vulé

VERBO PUDÉ (potere)
INFINITO PRESENTE pudé, pulé
PARTICIPIO PASSATO pudùdo, pulzùdo
PRESENTE INDICATIVO
1 pòsso
2 pòssi, pòi
3 pòle, pò
1 pudémo
2 pudéde
3 pòle, pò, pòlene
IMPERFETTO INDICATIVO
1 pudéo, puléo
2 pudéi, puléi
3 pudéa, puléa
1 pudémie, pudémmi*
2 pudéi, puléi
3 pudéa, puléa, pudéene
*lat. poteràmus
PRESENTE CONDIZIONALE
1 pud(e)rìa
2 pud(e)rìssi, pud(e)rìsci (qdis)
3 pud(e)rìa
1 pud(e)rìssimo, pud(e)rìscimo (qdis)
2 pud(e)rìssi, pud(e)rìsci (qdis)
3 pud(e)rìa, pud(e)rìene
IMPERATIVO
2 /
2 /

Osservazioni sulle coniugazioni
I verbi dué e pudé, privi di imperativo, usano per sostituirlo delle forme improprie derivate dal congiuntivo imperfetto, che corrispondono al congiuntivo esortativo italiano : pudéssi (o puléssi) per possa tu, possiate voi (pudéssi cascàtte!) e pudésse (o pulésse) per possa io, possa egli, possano essi (pudésse nfrusgià nténa pianta!).

martedì 30 dicembre 2008

Gli aggettivi dimostrativi

(italiano > dialetto + rafforzativo, esempio)
- questo, a, i, e > stu, sta, sti, ste (raff. chì: 'sta cunìlla chì).
- codesto, a, i, e > ssu, ssa, ssi, sse (raff. chì, lì, là: 'ssa cunìlla lì).
- quel, quei > qùl, qùi/qì* (raff. lì, là: cùl cunìllo là).
- quello, a, quegli, quelle > qùlu, qùla, qùi/qi*, qùle (raff. lì, là: cùle cunìlle lì).
- quell' + vocale > qùll' + vocale (raff. lì, là: cùll'annimàle, cùll'òghe > quelle oche).
L'aggettivo dimostrativo qùl/qùlu segue lo stesso uso dell'articolo 'l/lu, quindi per esempio non si dice qùl ragno, ma qùlu ragno, e non si dice qùlu zàino ma qùl zaino, ecc ... seguendo le regole degli incontri consonantici dell'articolo determinativo.

La storia (presunta) del dimostrativo qùl/qùlu
Una possibile derivazione del dimostrativo qùl/qùlu la troviamo nella lingua latina nella stessa evoluzione che ha portato alla nascita dell corrispondente italiano quel/quello:

- ECCUM ILLUM* > eccu illu > cu illu > quillu > quello
* propriamente in latino significa ecco quello al caso accusativo.

Questo schema riporta l'evoluzione da eccum illum a quello (quel si è generato da quello in seguito, nel toscano). Secondo lo schema dunque il dimostrativo osimano qùlu potrebbe essere nato dal terzo stadio di evoluzione (cu illu > qùlu), mentre qùl potrebbe essersi generato da qulu parallelamente a quel.

Contrazione o evoluzione?
Il dimostrativo qùl/qùlu che oggi è di uso comunissimo e normalissimo ad Osimo dovrebbe tuttavia essere entrato nella parlata degli osimani da non più di centocinquant'anni. Infatti, in un documento vernacolare della metà del XIX secolo riportato anche da Don Carlo Grillantini in una sua opera, più volte sono usati dimostrativi praticamente uguali a quelli italiani: troviamo difatti i sintagmi quel rè e quèlla signòra. Oggi nel dialetto corrente essi risulterebbero qùlu ré (o al massimo qùl ré) e qùla signóra, con l'uso di qùl/qùlu. Ciò potrebbe pertanto negare l'evoluzione da eccum illum di cui sopra, giustificando il dimostrativo qùl/qùlu come contrazione del dittongo we in quel/quellu, ipotesi ugualmente plausibile. Nel dialetto anconitano esiste allo stesso modo il dimostrativo qùl - manca cùlu perché l'anconitano ha solo l'articolo el (el sconto equivale all'osimano lu sconto) - che sembra essere stato usato sempre negli ultimi due secoli.
Quindi si può ipotizzare una sovrapposizione del dimostrativo anconitano a quello osimano, che era praticamente uguale a quelli dell'area propriamente umbro-romanesca (romanesco quér/quô, umbro-maceratese quillu). L'anconitano qùl sarebbe stato poi adattato agli incontri consonantici dell'osimano producendo la forma qùlu.
Altrimenti potrebbe essersi verificata una contrazione del dittongo we spontanea in entrambi i dialetti, senza che uno abbia necessariamente influenzato l'altro.

venerdì 12 dicembre 2008

Articoli e pronomi personali soggetto

ARTICOLI DETERMINATIVI
MASCHILE        + s impura        + r                + z            + vocale        altri casi     
singolare                lu                      lu             el ('l)      l' (ll')          el ('l)
                              lu scarpello       lu rastello      el zzio      l'amigo           el cunillo
plurale                   i                                                         l' (j')              i
                              i scarpelli          i rastelli        i zzii         l'amighi          i cunilli
FEMMINILE  
singolare               la                                                      l' (ll')              la
                             la scàttula         la raganella    la zzia       l'amiga          la cunilla
plurale                  le                                                       l' (ll')              le
                             le scàttule        le raganelle     le zzie       l'amighe        le cunille

ARTICOLI INDETERMINATIVI
MASCHILE        + s impura        + r                + z            + vocale        altri casi    
singolare                u' ('nu)              u' (un)       'n (un)     'n (un)           'n (un)
                              u' scarpello       u' rastello       un zzio      'n amigo        un cunillo
FEMMINILE  
singolare               'na (una)                                           'n' (un')        'na (una)
                             'na scàttula      'na raganella    'na zzia       'n'amiga        'na cunilla

In ambito rurale tavolta - ma non per regola - gli articoli LU, LA, LE subiscono la vocalizzazione in 'U, 'A, 'E, come nel romanesco, quindi abbiamo 'a surella piuttosto che la surella, 'a màghena per "la macchina", ecc.

La scrittura J apostrofato, molto frequente nei testi dialettali, presuppone che là dov'è l'apostrofo sia caduta la i come succede all'articolo italiano gli (gli anni > gl'anni = ji anni > j'anni). Spesso comunque molti scrittori dialettali anche estranei al nostro vernacolo hanno scelto di usare solo J (j anni) o addirittura di usare solamente I, anche al posto di J (i anni), perché la differenza di suono tra i due è davvero minima.

PRONOMI PERSONALI SOGGETTO (italiano > dialetto)
- 1° persona singolare io > io
- 2° persona singolare tu > te; rur tu
- 3° pers. sing. masch. egli > lù
- 3° pers. sing. femm. ella > lia, essa
- 1° persona plurare noi > nualtri, nó; rur nuà, nuantri
- 2° pers. pl. voi > vualtri, vó; rur vuà, v'altri, vuantri
- 3° persona plurale essi, esse > lóra.

Inoltre esistono altri pronomi personali, tutti di terza persona (dialetto > italiano):
- custù, custìa, custora > costui, costei, costoro;
- cussù, cussìa, cussora > costui, costei, costoro o colui, colei, coloro;
- cullù, cullìa, cullora (o culù, culìa, culora) > colui, colei, coloro.

L'uso di TU in campagna deriva certamente dall'influsso dei dialetti umbro-maceratesi, poiché nel dialetto anconitano, del quale l'osimano ha una forte componente, esso è sconosciuto. E' invece molto presente nei dialetti delle città limitrofe a sud-est (come ad esempio Castelfidardo). Ad ogni modo l'osimano rurale come soggetto riconosce anche TE, ma solo quando è usato come rafforzativo o in fine di frase, oppure ha un grande rilievo nel discorso («ce vienghi, te?» per «ci vieni, tu?»; «l'ì ditto te!» per «lo hai detto tu!»); questo è un fenomeno riscontrabile anche nel toscano parlato e nel dialetto romanesco. Purtroppo oggi l'uso di TU anche tra coloro che non vengono dal centro cittadino sta scomparendo, un po' a causa della facilità di comunicazione con TE (che è usato come soggetto e complemento, enclitico e non) e un po' per il sopravvento che il vernacolo anconitano ha preso sui dialetti della zona come unica koiné.

venerdì 14 novembre 2008

Pezzi di vocabolario

accuscìntra - così
aggià, daggià - già, di già
alluscì, lluscì, allusgì, llusgì - così, in quel modo
alluscìntra, lluscìntra - così, in quel modo
ammò - oramai
argalétto - tendine sotto il ginocchio
bardasciàda - ragazzata
bardàscio - bambino
becìcchia - cispa
bizzòcco, bizzòcchero - bigotto
bussulòtto - salvadanaio
cabustórno - 1 vertigini degli animali di grosso taglio, 2 grosso capogiro
camerétta - cameretta (pulì le camerette mettersi un dito nel naso per pulirselo)
càrco, càrigo - 1 agg carico, 2 sost carico
chì, cchì, chìtta - qui
ciòcera - ciabatta
curcà, cculcà - abbattere, stendere
curcàsse, cculcàsse - stendersi, coricarsi
cuscìtta - così, in questo modo
córco, cólco - steso, coricato
cracca, clacca - 1 ceffone, colpo, 2 tonfo; rumore violento
cuèlle, cuè - niente
cumpreànno - compleanno
cuscì, accuscì, cusgì, accusgì - così, in questo modo
(d)èccu, (d)ècca - ecco (dècchelo eccolo, dècchece eccoci, dèccheve eccovi, dèccheli eccoli)
èllo - 1 eccolo (èlli eccoli), 2 verbo essere egli è (unito a dù, in do' o ndù : ndu èllo? > dov'è?)
èsselo - eccolo (èssece eccoci, èsseve eccovi, èsseli eccoli).
fiuttà - 1 ansimare, panciare, 2 lamentarsi, gemere
furèstigo - rustico; selvaggio, selvatico
furèsto - 1 forestiero, straniero, 2 rustico; selvaggio
furzi - forse
gabbió - grossa gabbia; famosi il gabbió p'i cunìlli o p'i picció
gallastró - 1 gallo mezzo castrato, 2 esibizionista, persona che si vanta
gèro - io andavo nell'osimano rurale antiquato
ggalìsse - perdere la voce, raffreddarsi in modo tale da diventare rauco
ggalìdo - rauco, senza voce
grattacàsgia - grattugia (da grattà + càsgio "formaggio")
jàllo, zzàllo - giallo (zzalló molto giallo; persona di carnagione giallastra)
janna - ghianda (plurale janne quasi mai usato)
lasagnòlo, rasagnòlo - matterello
lènta - lenticchia
marchesgià - marchigiano
mbuscà - nascondere
mbuscàsse - nascondersi, appartarsi
mógne - mungere
moro - 1 agg moro, 2 sost gelso
mpidriàsse - intrecciarsi (quando si parla; spesso detto di balbuzienti)
munèllo - bambino, ragazzetto (non dispregiativo)
murèga - mora (frutto del rovo o del gelso)
nnugulàsse - annuvolarsi
no, nòne - no
nzómma - 1 insomma, 2 così così nelle risposte
parnanzó - 1 grembiule da lavoro, 2 grembiule per bambini
pasció - passione (canti de la Pasció canti popolari della Passione)
pìdria - 1 imbuto, 2 strafalcione (spesso di chi è balbuziente)
rsumìo - ritratto (spesso fotografico)
sbinnònno - bisnonno
scarcarécchie - (plur. uguale j scarcarécchie) bastoncino cotonato, cotton fioc
scì, scìne, scé - sì
sciuccamà, sciugamà - asciugamano
smógne - palpare, palpeggiare
sòreda - tua sorella
stròlligo - 1 astrologo, 2 tipo eccentrico
zidèllo - scapolo (zidelló scapolo incallito o scapolo non convinto)

mercoledì 29 ottobre 2008

Perché ad Osimo si dice "el cà"?

Cà, cuntadì, picció, crì, cadì, pà ... Sembra che queste parole ci siano antipatiche e non le vogliamo finire ! Veramente non è antipatia, ma è solo l'esito di un fenomeno che c'è anche nella lingua italiana, però di meno. Questo fenomeno (che non uno che gioca bene a pallone) si chiama apòcope - il nome viene dal verbo greco kòptō, che vuol dire colpire, tagliare o uccidere (a noi l'ultimo significato ci interessa meno). L'apocupe consiste nel tagliare una sillaba alla fine della parola; nella lingua madre si ritrova per esempio nella parola po', che viene da poco. L'apocope di norma in dialetto osimano si verifica solo nelle parole piane, cioè che hanno l'accento sulla penultima sillaba (càne, contadìno, piccióne, pàne, catìno, cristiàno, digiùno, ecc).
Queste parole piane per essere apocopate devono finire con:
- ANE/ANI es cà (= cani/cane), dumà (= domani), cristià (= cristiani)
- ENE es bè (= bene)
- ONE es padró (= padrone)
- ANO es cristià (= cristiano), mà (= mano)
- ENO (poco frequente) es fiè (= fieno)
- INO es vì (= vino), cadì, catì (= catino)
- UNO es digiù (= digiuno), calchidù (= qualcheduno).

Come in ogni lingua, l'apocope avviene per comodità e per agevolare lo scorrimento delle parole. Nel dialetto osimano si apocopano delle parole che talvolta vengono dette intere : parole tipo gnè, calcò, 'ò, cù, cò, (n)dó, tigà, fenè, minè... e vengono troncati i vocativi sull'accento : bà per babbo, mà per mamma, Francé per Francesco, Antò per Antonio...

L'apocope nei dialetti vicini
- Generalmente tutti i dialetti della provincia di Ancona conoscono l'apocope, almeno per le terminazioni no, ni, ne come in osimano.
- A sud di Osimo fino addirittura ad Ascoli si ritrovano gli stessi casi di apocope (no, ni, ne), più l'apocope anche delle parole piane che finiscono in ARO/ORE (osim. vergàro = maceratese vergà). Altri esempi : lo vè (il bene) a Matelica, leccechì (attaccabrighe) ad Ascoli, lu cà a Macerata, lu frechì (il bambino) ad Ascoli e così via ...

venerdì 10 ottobre 2008

I verbi ausiliari

Oh, eccoci arrivati alle coniugazioni dei verbi ausiliari èsse, essere, ed écce, avere/averci. Questi verbi sono molto particolari perché hanno diverse forme che hanno acquisito nel tempo, ma che stanno oggi rapidamente scomparendo. Perciò ho scelto di usare la dicitura rur per le voci usate solo in ambito rurale, qdis per quelle che stanno per scomparire.
Qualcuna delle forme verbali ha un asterisco che la collega con la corrispondente latina scritta alla fine.

VERBO ESSE (essere)
INFINITO PRESENTE èsse*
PARTICIPIO PASSATO stado
*lat. esse
PRESENTE INDICATIVO
1 sò*
2 sai, si
3 è, ènne** (rur), edè*** (qdis)
1 sémo, èssimi (qdis)
2 séde
3 è, ènne**, edè*** (qdis)
*lat. sum
**forse dal latino inest
***dal latino adest
IMPERFETTO INDICATIVO
1 ero
2 eri
3 era
1 èrimi, èremi*
2 eri
3 era, èrene
*lat. eramus
PRESENTE CONDIZIONALE
1 sarìa
2 sarìssi, sarìsci (qdis)
3 sarìa
1 sarìssimo, sarìscimo (qdis)
2 sarìssi, sarìsci (qdis)
3 sarìa, sarìene
IMPERATIVO
2 èsse*, (ci)ài da èsse, déi (da) èsse
2 (ci)éde da èsse, duéde (da) èsse
*lat. es

VERBO ECCE (avere)
INFINITO PRESENTE écce, é, avé, aé
PARTICIPIO PASSATO udo, audo, vudo
PRESENTE INDICATIVO
1 (ci)ò
2 (ci)ài, (c)ì
3 (ci)à
1 (ci)émo*
2 (ci)éde**
3 (ci)à, (ci)ànne
*lat. habémus
**lat. habétis
IMPERFETTO INDICATIVO
1 (ci)éo
2 (ci)éi
3 (ci)éa
1 (ci)émie, (ci)émmi
2 (ci)éi
3 (ci)éa, (ci)éene
PRESENTE CONDIZIONALE
1 (ci)a(ve)rìa
2 (ci)a(ve)rìssi, (ci)a(ve)rìsci (qdis)
3 (ci)a(ve)rìa
1 (ci)a(ve)rìssimo, (ci)a(ve)rìscimo (qdis)
2 (ci)a(ve)rìssi, (ci)a(ve)rìsci (qdis)
3 (ci)a(ve)rìa, (ci)a(ve)rìene
IMPERATIVO
2 abbi(ce), (ci)ài da é(cce), déi (da) écce
2 (ci)éde da é(cce), duéde (da) écce

Da notare nelle coniugazioni dei verbi
Prima di tutto è importante il fatto che in certi casi per la coniugazione plurale è usata la forma singolare : si veda eri (che vuol dire propriamente tu eri, ma anche voi eravate) e (ci)éi (stesso discorso). Alla terza persona plurale è abbinata sia la forma propria (ad es. ciànne) ma anche una forma uguale alla terza singolare (ad es. lora cià). La seconda persona plurale ha la forma doppia : sai e si nel verbo essere e ciài e cì nel verbo avere. Solitamente sai e ciài sono usate in fine di frase : che scemo che sai per che scemo che sei, però te si scemo per tu sei scemo.